Una Madonna (del latte) come dedica alle mamme
Arte, Siena, FMStory

Maria interpretata nel ruolo di madre: la “Madonna del Latte” di Ambrogio Lorenzetti. Non a caso maggio è il mese dedicato alla Madonna e alla mamma.
Nel Trecento, tra gli artisti che meglio hanno interpretato il ruolo di Maria come madre si ricorda Ambrogio Lorenzetti: pittore senese, attivo nella prima metà del secolo, che con il suo stile ha creato le Madonne più affettuose e tenere dell’epoca. Con la sua Madonna del Latte Ambrogio è riuscito a realizzare una delle madri più belle della storia dell’arte e a cogliere il momento più intimo della maternità, che è il gesto dell’allattamento, nel quale la Vergine guarda affettuosamente il suo Bambino.
La Madonna del Latte: il dipinto
L’opera, realizzata nei primi anni Venti del Trecento, mostra bene la modernità di Ambrogio Lorenzetti: il pittore riprende il modello dell’icona bizantina della Vergine col Bambino, ma lo rinnova completamente secondo il nuovo linguaggio del Trecento.
La Vergine non è più rigidamente al centro della scena, come avveniva nella tradizione, ma è spostata sulla sinistra e disposta in diagonale, creando una percezione più naturale dello spazio. Anche il rapporto tra madre e figlio appare più umano e immediato. Il fondo oro, ancora presente, non chiude la scena ma sembra aprirla verso uno spazio nuovo. Sono proprio queste soluzioni a fare della Madonna del latte uno dei dipinti più innovativi della pittura italiana del primo Trecento.
Il dipinto misura 96 × 49,1 cm ed è realizzato su una tavola sottilissima, spessa tra 1,8 e 2,2 cm: un dettaglio che fa pensare fosse una tavola devozionale autonoma e non il pannello centrale di un polittico.
Dal 1439, l’opera è documentata nell’eremo agostiniano di Lecceto, vicino Siena, dove si trovava sopra un altare dedicato alla Madonna. Dopo le soppressioni del 1810 passò al Seminario Vescovile e dal 1866 è attestata a Siena, nella cappella Martinozzi della Basilica di San Francesco.
La riscoperta critica dell’opera si deve a Charles Fairfax Murray che nel 1879 la definì «la più bella tavola di Ambrogio esistente». Poco dopo, Giovan Battista Cavalcaselle la inserì nella sua Storia dell’arte italiana, consacrandola definitivamente come uno dei maggiori capolavori di Ambrogio Lorenzetti.
L’iconografia
Tra i vari tipi di icona che i crociati portarono dall’Oriente in Occidente, ebbe particolare fortuna il tipo della Galaktotrophousa, cioè della Madonna che nutre col suo latte il Bambino, il quale è ritratto in modo del tutto naturalistico mentre succhia il latte, oppure è rivolto verso lo spettatore sulle ginocchia della Madre col seno scoperto. Tale tipologia di “Madonne del Latte” divenne molto popolare nella scuola pittorica toscana e nel Nord Europa. a partire dal Trecento. Fu anche accolta con particolare devozione nelle zone rurali, dove le donne si sentivano più vicine a quelle immagini che ritraevano Maria, madre delle madri, in una versione meno aulica, ma più terrena e umana.
Con il culto si diffuse inoltre l’uso di custodire nelle chiese, come reliquie, delle piccole ampolle contenenti il latte della Madonna (il Sacro Latte), cui si attribuivano gli effetti miracolosi di restituire il latte alle puerpere che lo avessero perso.
Gli anni della Riforma
L’iconografia della “Madonna del Latte” decadde con il Concilio di Trento (1545-1563), quandoi nuovi dettami imposero ai vescovi di eliminare o ritoccare tutte quelle immagini ritenute sconvenienti o fuorvianti. La Riforma cattolica annoverò tra queste anche le rappresentazioni di Maria a seno scoperto, accusandole di distogliere i fedeli dalla preghiera.
Il capolavoro di Ambrogio Lorenzetti, considerato da alcuni studiosi un esempio unico di “sacralità umanizzata”, è conservato nel Museo Diocesano di Arte Sacra che, con l’adiacente Oratorio di San Bernardino, rappresenta un luogo dall’atmosfera magica e sospesa in cui rileggere d’un fiato la storia della spiritualità del territorio e la pittura senese dal XIII al XVIII secolo.
[credit: Madonna del latte, Ambrogo Lorenzetti (prima metà degli anni Venti del Trecento), Siena – Museo Diocesano d’Arte Sacra]



